Quando la speranza diventa pedagogia

Settembre 29, 2026

All’Università della Calabria una Lectio sull’omelia del cardinale Battaglia per San Gennaro

Ci sono parole che, pronunciate da un altare, non si esauriscono nel tempo di una celebrazione e continuano a lavorare nelle coscienze. È accaduto con l’omelia che il cardinale don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, ha tenuto il 19 settembre per la festa di San Gennaro, diventata in questi giorni materia di studio in un’aula universitaria, dove è stata letta non soltanto come un discorso di fede ma come una proposta educativa rivolta all’intera società.

L’occasione, come raccontato sulle colonne de il quotidiano del Sud, è stata l’incontro «Per una Pedagogia della Speranza», ospitato nell’Aula Hera del Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria, a Rende, e promosso dalla cattedra di Pedagogia della Comunicazione. Dopo i saluti della direttrice del dipartimento, Maria Mirabelli, la riflessione è stata affidata a Mario Caligiuri, docente della stessa materia, mentre il coordinamento è stato di Giancarlo Costabile, che insegna Pedagogia dell’Antimafia.

Mirabelli ha preso le mosse dal passaggio dell’omelia in cui l’arcivescovo mette in guardia dal rischio di assuefarsi alla guerra, chiedendosi che cosa accada a una società quando si abitua alla violenza, al dolore e all’ingiustizia. In un tempo saturo di informazioni, ha osservato, il pericolo è smarrire la capacità di sentire e di riconoscere le persone che stanno dietro ai fenomeni: ogni disagio ha il volto di un ragazzo e ogni devianza una storia di vita, e compito dell’educazione è impedire che qualcuno venga ridotto a un’etichetta o a uno stereotipo. In questa prospettiva la speranza non è ottimismo di maniera né distrazione dai problemi, ma la capacità di guardare la realtà con lucidità sapendo che può essere cambiata, e chi educa è chiamato a scorgere in ciascuno anche ciò che ancora non c’è, senza mai identificare una persona con l’errore commesso.

La direttrice ha esteso il ragionamento alla mentalità camorristica, intesa non solo come criminalità organizzata ma come cultura del favore che si sostituisce al diritto, del silenzio dove servirebbe la parola, della convenienza al posto della scelta. A tutto ciò la speranza risponde come pratica sociale e responsabilità condivisa. Evocando l’immagine di don Tonino Bello dell’uomo che possiede un’ala sola, Mirabelli ha ricordato che nessuno si salva da solo e che occorre fare cordata, intrecciando la propria storia con quella degli altri.

Caligiuri ha poi spiegato le ragioni per cui un’omelia può entrare in un’aula universitaria, richiamando il valore pedagogico della testimonianza, la funzione formativa esercitata nei secoli dalla Chiesa, le radici cristiane delle università europee e la responsabilità che, ai sensi dell’articolo 33 della Costituzione, accompagna la libertà di insegnamento. Nelle parole di Battaglia ha individuato una denuncia radicale dell’orrore della guerra e dell’ipocrisia di una società che produce vittime per poi erigere monumenti alla loro memoria, una critica alla civiltà del consumo e a un uso delle parole che rende tollerabile la sopraffazione, e la constatazione che nulla di religioso può albergare in una cultura che rende schiavi.

Il cuore del suo intervento è stato l’invito a prendersi cura in anticipo: prima che la fragilità si trasformi in rabbia, prima che il disagio produca esclusione, prima che la marginalità sfoci in violenza. Un impegno che chiama in causa famiglie, scuola, università, Chiesa e istituzioni, e che rimanda a un patto educativo capace di rimettere al centro l’infanzia e le nuove generazioni. Rifacendosi anche al pensiero di Edgar Morin, il docente ha parlato di una pedagogia radicale della speranza, che interroga l’ordine esistente invece di riprodurlo, e ha sottolineato la necessità di recuperare parole autentiche e strumenti critici in un’epoca segnata da disuguaglianze economiche e digitali e da nuove forme di manipolazione. Il messaggio finale torna così alle parole dell’arcivescovo: stare dalla parte del futuro significa stare dalla parte dei più piccoli, sottrarre alla criminalità i simboli della fede e imparare a camminare insieme. Una pedagogia della speranza, dunque, non insegna ad attendere il domani ma a costruirlo, e la sfida, prima ancora che religiosa, è profondamente umana. Perché, come ha concluso Caligiuri, «il futuro si prepara».

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