GLI OCCHI DI HIND

Giugno 18, 2026

Discorso conclusivo di Mons. Gennaro Matino per la consegna del Premio Internazionale Pellegrini di Pace a Kaouther Ben Hania

“Hind non era un simbolo. Era una bambina. Aveva una voce. Aveva paura. Rideva. Faceva domande. Aveva qualcuno da aspettare e qualcuno che la aspettava. Come tutte le bambine del mondo. Come una bambina di Gaza. Come una bambina di Napoli. Come una bambina di Tel Aviv. Come una bambina di Tunisi.

I bambini si assomigliano molto più degli adulti. Gli adulti costruiscono confini. I bambini costruiscono mondi. Gli adulti ereditano le guerre. I bambini ereditano il futuro. Per questo ogni bambino ucciso è sempre una sconfitta universale. Non appartiene mai soltanto a una parte.

Appartiene a tutti.

Ci sono momenti nella storia in cui un singolo volto riesce a illuminare un’intera epoca. Non perché sia diverso dagli altri. Ma perché diventa impossibile distogliere lo sguardo.Penso alla bambina vietnamita che corre nuda sulla strada bruciata dal napalm. Le braccia aperte, il grido più forte del fuoco, il corpo minuscolo travolto dalla follia degli adulti.

Penso al piccolo Alan Kurdi. La maglietta rossa. I pantaloncini blu. Le scarpine ancora ai piedi. Addormentato sulla battigia come se il mare avesse dimenticato di svegliarlo.

Penso oggi a Hind. Una bambina dagli occhi grandi e curiosi, quelli che fanno mille domande al mondo prima ancora di imparare tutte le parole per formularle.

Non perché il loro dolore sia più importante di altri dolori. Ma perché attraverso quei volti siamo costretti a vedere qualcosa che preferiremmo ignorare. La fragilità della nostra idea di civiltà.

Noi amiamo raccontarci di vivere nel tempo più evoluto della storia.

Abbiamo allungato la vita. Abbiamo moltiplicato le conoscenze. Abbiamo collegato il pianeta. Abbiamo costruito macchine capaci di apprendere. Eppure continuiamo a non sapere come custodire una bambina.

È una contraddizione enorme.

Forse la più grande.

Perché il progresso non si misura dalla velocità dei nostri strumenti. Ma dalla profondità della nostra umanità.

E non sempre le due cose crescono insieme.

Guardando il mondo di oggi ho l’impressione che la parola decisiva non sia guerra. La guerra è soltanto il sintomo.

La parola decisiva è assuefazione.

La capacità di abituarsi.

Ci abituiamo a tutto. Alle immagini. Ai naufragi. Ai bombardamenti. Alle ingiustizie. Perfino al dolore.

E quando il dolore diventa abituale accade qualcosa di terribile. Non smette di soffrire il mondo. Smettiamo di soffrire noi.

Abbiamo costruito un mondo capace di vedere tutto e di sentire sempre meno. Guardiamo. Sappiamo. Dimentichiamo.

E lentamente diventiamo contemporanei di tutto e responsabili di niente.

Per anni abbiamo creduto che la grande minaccia fosse l’odio. Oggi non ne sono più così sicuro. L’odio almeno riconosce l’esistenza dell’altro. L’indifferenza lo cancella. Lo rende invisibile. Lo trasforma in numero. In statistica. In effetto collaterale. In danno inevitabile.

E quando una civiltà comincia a usare queste espressioni per parlare di una bambina, non è soltanto il linguaggio a essere in crisi.

È l’anima.

Ci raccontano che la storia è progresso.

Non ne sono così sicuro. L’intelligenza artificiale cresce. Le tecnologie avanzano. Le macchine imparano.

Ma la domanda è un’altra: sta crescendo anche l’uomo?

Perché se il progresso produce strumenti più intelligenti e coscienze più indifferenti non è progresso. È soltanto sofisticazione. È soltanto potenza.

E la storia ci ha insegnato che la potenza senza coscienza genera mostri.

Per questo l’arte è importante. Per questo il cinema è importante. Per questo questa sera siamo qui.

Lo vediamo negli artisti che raccontano.

E questa sera lo vediamo nel lavoro di Kaouther Ben Hania.

In un tempo che consuma le tragedie con la velocità di uno schermo, lei compie un gesto controcorrente: restituisce tempo ai volti, nome alle vittime, storia a chi rischierebbe di diventare soltanto una statistica. Il suo cinema non cerca eroi. Cerca esseri umani.

E proprio per questo diventa un atto politico nel significato più alto del termine.

Perché ogni volta che l’arte restituisce dignità a una vita ferita, sottrae una vittoria alla violenza e una sconfitta all’indifferenza.

Eppure non sono qui questa sera per parlare della sconfitta dell’uomo.

Sono qui per parlare della sua possibilità.

Perché c’è qualcosa che continua a resistere.

Lo vediamo nei medici che curano. Nei volontari che restano. Nelle madri che continuano ad amare. Negli insegnanti che continuano a educare.  Negli uomini e nelle donne che si ostinano a credere che la vita dell’altro li riguardi.

È una forza discreta.

Fa poco rumore.

Non conquista titoli.

Ma è quella che tiene ancora insieme il mondo.

Forse per questo siamo qui.

Non per consegnare un premio.

Non soltanto.

Siamo qui per affermare pubblicamente una scelta. La scelta di stare dalla parte di chi costruisce ponti mentre altri costruiscono muri.

Di chi custodisce la complessità mentre altri alimentano le contrapposizioni.

Di chi continua a credere che la cultura, l’arte, la parola e il pensiero possano ancora opporsi alla logica della forza.

È questo il significato profondo del Premio Pellegrini di Pace.

Non celebrare persone di successo.

Riconoscere donne e uomini che, attraverso la loro opera, difendono ostinatamente l’umano.

Prima David Grossman.

Oggi Kaouther Ben Hania.

Due storie diverse.

Due sponde diverse del Mediterraneo.

Una stessa convinzione:

che il dolore non abbia nazionalità e che la pace cominci quando qualcuno rifiuta di smettere di vedere l’altro come un fratello.

E forse non è un caso che questo accada proprio a Napoli.

Una città meravigliosa e ferita. Una città che conosce la povertà e la bellezza. La disperazione e il canto. Le ferite e la speranza.

Napoli non sarà città della pace perché lo dichiarerà uno slogan.

Lo sarà se saprà diventare uno spazio nel quale culture diverse possano incontrarsi senza paura. Lo sarà se saprà educare i giovani alla fraternità più che alla competizione. Lo sarà se saprà trasformare il Mediterraneo da confine in abbraccio. Lo sarà se continuerà ad avere il coraggio di pronunciare la parola pace quando il mondo torna a considerare la guerra una soluzione.

Perché la pace non nasce nei trattati.

Nasce nelle città.

Nelle scuole.

Nelle famiglie.

Nelle coscienze.

E Napoli, se lo vorrà, può diventare una delle capitali morali di questa ostinata speranza.

Vorrei concludere tornando agli occhi di Hind.

Non per chiedervi commozione.

La commozione passa.

Non per chiedervi indignazione.

Anche l’indignazione passa.

Vorrei chiedervi qualcosa di più difficile.

Memoria.

Responsabilità.

Vigilanza.

Perché le tragedie non cominciano quando esplodono le bombe.

Cominciano molto prima.

Cominciano quando una società smette di custodire la propria coscienza.

Quando una vita vale meno di una bandiera.

Quando un bambino vale meno di una ragione di Stato.

Quando la sofferenza dell’altro smette di riguardarci.

E allora forse la pace non è il contrario della guerra.

La pace è il contrario della rassegnazione. È il rifiuto ostinato di considerare inevitabile ciò che inevitabile non è. È la decisione quotidiana di restare umani. Anche quando il mondo sembra suggerire il contrario.

E forse è proprio questo che Hind continua a chiedere a ciascuno di noi.

Non da che parte stiamo.

Ma che cosa stiamo diventando.

Perché non è morta soltanto una bambina.

È stata interrogata un’intera idea di civiltà.

E la risposta, questa sera, non può venire dai governi.

Non può venire dagli eserciti.

Non può venire dalle ideologie.

Deve venire dalle nostre coscienze.

Perché la pace non comincerà quando taceranno le armi.

La pace comincerà il giorno in cui torneremo ad avere vergogna di ogni vita perduta e coraggio per ogni vita da custodire”.

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