Da Napoli il grido di don Mimmo Battaglia: «Fermatevi»

Settembre 21, 2026

In occasione della Giornata Internazionale della Pace

Oggi il mondo celebra la Giornata Internazionale della Pace, e Napoli arriva a questo appuntamento con parole che pesano ancora nell’aria della sua Cattedrale. Sono le parole pronunciate appena due giorni fa, il 19 settembre, dall’Arcivescovo don Mimmo Battaglia durante l’omelia della solennità di San Gennaro: non una riflessione teologica distante, ma un’invocazione che ha attraversato le cronache di guerra del nostro tempo e si è fermata, senza sconti, anche sulle strade della città.

Quest’anno don Mimmo ha chiesto al Santo una grazia diversa dal consueto. Non il prodigio che si rinnova ogni anno davanti all’ampolla, ma un miracolo più grande, da attendere per il prossimo appuntamento: «quando torneremo qui, il prossimo anno, fa’ che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo», ha detto, rivolgendosi al patrono. Un desiderio che nasce dalla stanchezza per un mondo che, ha detto l’arcivescovo, sembra «bravissimo a contare i morti e terribilmente incapace di smettere di farli».

Nel cuore dell’omelia, un passaggio che ha il tono di un appello universale, indirizzato a chi la pace può ancora deciderla con una firma o con un ordine: «Fermatevi. Voi che avete in mano le armi. Voi che date gli ordini. Voi che disegnate confini sulle carte mentre altri li segnano con il sangue». Un grido — ha voluto precisare lo stesso Battaglia — che non vuole essere «un comunicato» né «una prudente dichiarazione», ma qualcosa di più diretto e di più scomodo.

Palestina e Ucraina sono nominate, ma l’arcivescovo rifiuta l’idea che la pace sia soltanto una questione che riguarda terre lontane. Il Vangelo, ha ricordato, «non ci permette mai di usare il dolore lontano per non vedere quello che accade sotto casa», ed è per questo che l’omelia si volge anche verso i vicoli di Napoli, dove la camorra viene definita senza mezzi termini «una guerra senza dichiarazione», combattuta ogni volta che un ragazzo viene sottratto alla scuola e arruolato dalla strada.

Alla radice di ogni conflitto, secondo don Mimmo, c’è un solo meccanismo che si ripete identico su ogni scala, dalle trincee ai quartieri: il momento in cui «l’altro diventa un ostacolo […] un numero […] un bersaglio», e smette di essere un fratello. Per questo la pace, prima ancora che un accordo diplomatico, viene descritta come un atto elementare e insieme radicale: «riconoscere nell’altro un uomo. Soltanto un uomo. E dovrebbe bastare».

L’omelia si chiude con una preghiera proiettata nel futuro, quasi una promessa che la città fa a se stessa prima ancora che al suo Santo: che tra un anno si possa tornare in quella Cattedrale «senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco», e che ovunque, a Napoli come in Palestina o in Ucraina, «la parola domani torni a significare qualcosa». Un auspicio che, in questa Giornata Internazionale della Pace, suona come un invito rivolto a ciascuno: non limitarsi a invocare la pace, ma cominciare a costruirla, un gesto quotidiano alla volta.

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