La riflessione dell’Arcivescovo metropolita di Napoli don Mimmo Battaglia sul quotidiano Avvenire
Ai potenti della terra, pace a voi! Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio. Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per qualche istante nessuno riconosce piรน il male, perchรฉ ha imparato le buone maniere. ร questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della Nato, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilitร di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare. Questo รจ il vero scandalo. Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano piรน in profonditร dei discorsi, insegnano silenziosamente ciรฒ che una civiltร considera normale. E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante รจ un uomo armato. Che tra governanti ci si puรฒ rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilitร della morte. Sulla canna รจ stato inciso il nome di chi riceveva lโarma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. ร il nome dellโuomo contro il quale potrebbe essere puntata. Il nome della donna che potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre. Il vero destinatario di unโarma non รจ mai soltanto colui che la riceve. ร il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile. Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricitร diplomatica. Esso racconta unโidea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza piรน domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace lโintervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo. Il Vangelo ci ha consegnato unโaltra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise unโarma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiรฒ davanti a loro e lavรฒ dei piedi stanchi. Da una parte, unโarma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dallโaltra, Dio inginocchiato davanti allโuomo.
Sono due civiltร . Bisogna scegliere. Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio. Unโarma non diventa innocente perchรฉ viene donata. Non diventa muta perchรฉ non spara. Non diventa umana perchรฉ porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di piรน difficile. Rifiutate lโidea che la morte possa essere una forma di omaggio. Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignitร di una nazione non coincide con la quantitร di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non รจ il privilegio di chi puรฒ sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro. Lasciatela per lโuomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. Guardate quella sedia prima di parlare di armi. Forse allora comprenderete che la pace non รจ una debolezza da correggere, ma una responsabilitร davanti alla quale inginocchiarsi. Perchรฉ il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirร sempre per inginocchiarsi davanti alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo giร perduto tutti.
don Mimmo Battaglia
